La fiaccola delle Olimpiadi cinesi "brucia" anche la storia del Tibet
giovedì 27 marzo 2008
monaci-tibetani.jpgCome già nel settembre 1987 e nel marzo 1988, ancora una volta i monaci buddisti in Tibet sono tornati ad essere i protagonisti delle proteste contro un regime oppressivo. La protesta, inizialmente pacifica, è iniziata lunedì 10 marzo, giorno del 49esimo anniversario della rivolta anticinese del 1959, quando circa trecento monaci del monastero di Drepung si sono diretti verso il Barkor e hanno chiesto la liberazione di una decina di loro confratelli arrestasti ad ottobre in occasione dei festeggiamenti per l’assegnazione al Dalai Lama della medaglia d’onore del Congresso, la massima onorificenza americana., da troppi anni ignorato dall’opinione pubblica internazionale.

Le autorità cinesi hanno definito queste manifestazioni azioni “illegali”e destabilizzanti dal punto di vista sociale e hanno risposto lanciando gas lacrimogeni contro i manifestanti e, secondo alcune fonti locali, arrestando alcuni monaci. Nei tre giorni successivi le proteste sono continuate: dal monastero di Sera a quello del Ganden i monaci gridavano un solo slogan “ Bod rangzen”, Tibet Libero. La violenza è esplosa a Lhasa venerdì 14 marzo, quando molti negozi di proprietà di persone di etnia cinese sono stati dati alle fiamme e centinaia di manifestanti si sono unite alla protesta dei monaci.  L’esercito ha risposto aprendo il fuoco uccidendo circa ottanta persone.
 Nonostante l’occultamento mediatico messo in atto dal governo di Pechino per non mostrare agli occhi del mondo quanto sta avvenendo nel paese che tra pochi mesi ospiterà le Olimpiadi, l’opinione pubblica internazionale si è all’improvviso destata e all’unisono i vari presidenti e rappresentanti dei governi hanno “invitato” la Cina alla moderazione e al rispetto dei diritti umani. Il giorno stesso in cui hanno avuto luogo a Lhasa le manifestazioni di protesta dei monaci è partita da Darhamasalaa, in India, la “ Marcia del Ritorno in Tibet”voluta principalmente dai cinque movimenti politici dell’esilio tibetano che già nella prima settimana del gennaio scorso avevano  dato vita al “Tibetan People’s Uprising Movement”.

I rappresentanti delle cinque associazioni, constatando l’inefficacia dell’appello lanciato dal Dalai Lama per avviare un dialogo con Pechino, sembrano voler prendere le redini della lotta politica con l’obiettivo di porre fine a quella che considerano essere una vera e propria dominazione coloniale.
Sostanzialmente tre sono le richieste avanzate da questi movimenti: il ritorno senza nessun ostacolo del Dalai Lama in Tibet, il rilascio di tutti i prigionieri politici ed infine una definitiva decolonizzazione del paese. Due sembrano ora essere le vie invocate da coloro che vogliono vedere riconosciuti i diritti del popolo tibetano. Una infatti è quella incoraggiata dal Dalai Lama per ottenere l’autonomia del Tibet da sostenere con mezzi non violenti e pacifici; l’altra è la linea intrapresa da queste organizzazioni che si mobilitano in vista di una totale indipendenza del paese e sono contrarie ad una politica morbida che non ha dato finora nessun risultato evidente.        
 
Il governo tibetano in esilio, e guidato dal Dalai Lama, da quasi cinquant’anni sostiene che il Tibet, politicamente indipendente fino al 1949, è occupato illegalmente dalla Cina. Dal canto suo la Cina insiste nel sostenere che i rapporti che la legano con il paese delle Nevi sono un affare interno, in quanto il Tibet è stato parte integrante del territorio cinese nel XIII e XVIII secolo, quando il territorio tibetano venne assoggettato da alcuni governanti cinesi.
In base a questo principio storico, quindi, la Cina non si considera  rea di aver violato il diritto internazionale secondo il quale è illegittima ogni rivendicazione di sovranità basata sulla conquista, l’occupazione o l’imposizione di trattati  avanzati da altri Stati con la forza. Per queste ragioni più o meno plausibili la  Cina reclama il suo diritto sul Tibet scavalcando senza troppi scrupoli il diritto all’ autodeterminazione dei popoli. 

Focalizzando l’attenzione sugli avvenimenti storici del XX secolo è noto come a seguito della rivoluzione cinese del 1911 e della caduta dell’impero Manciù, le truppe di Pechino si arresero all’esercito tibetano, rientrarono in Cina in ossequio ad un trattato di pace stipulato tra i due stati e fu  riconosciuta la completa indipendenza del Tibet.
 Tra il 1911 e il 1950 il Tibet impedì l’instaurarsi di indebite ingerenze straniere e operò come uno stato indipendente intrattenendo relazioni diplomatiche  con la Gran Bretagna, l’ India e il Nepal
Indubbiamente i rapporti con la Cina rimasero tesi e quando i cinesi intrapresero una guerra di confine con il Tibet venne convocata dalla Gran Bretagna a Simia una conferenza per risolvere la situazione creatasi.
La conferenza non ottenne l’esito sperato ma il Tibet si presentò come una nazione indipendente che non riconosceva alcun legame con la  Cina e stipulò con l’Inghilterra un trattato secondo il quale non avrebbe mai riconosciuto la sovranità cinese se la Cina non avesse sottoscritto la Convenzione di Simia che garantiva al Tibet piena autonomia.
La situazione iniziò a degenerare quando nel 1949  l’esercito di liberazione della Repubblica Popolare Cinese invase il paese sconfiggendo l’esercito tibetano. Dal 1951 venne imposto al Tibet l’ “Accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet”, che sanciva la fine dell’indipendenza del paese pur nel riconoscimento formale della sua autonomia.Di fatto in quella data fu legalizzata l’oppressione del popolo tibetano.
La sistematica politica di sottomissione del popolo tibetano segnò l’inizio della repressione cinese  che provocò l’insorgere della resistenza popolare il 10 marzo 1959. L’esercito di Liberazione Popolare Cinese  stroncò l’insurrezione uccidendo in pochi mesi circa 87.000 civili. Il Dalai Lama, seguito da 100.000 tibetani, chiese asilo in India dove fu costruito un governo fondato su principi democratici.
Nel maggio 1960 il governo tibetano in esilio denominato “ Amministrazione Centrale Tibetana” fissò la sua sede a Darhamasalaa; successivamente venne costituito un parlamento, la “Commissione dei Deputati del popolo Tibetano”con potere legislativo al quale fu affiancata la commissione di Giustizia. Nel 1965 il Tibet perse ogni forma di indipendenza diventando una regione autonoma della Repubblica Popolare  Cinese. Durante gli anni della rivoluzione culturale un milione di tibetani venne ucciso e furono rase al suolo le principali università del paese.

Ora il Tibet è governato dal Partito Comunista Cinese e la sua autonomia è del tutto inesistente. Attualmente l’occupazione cinese sembra avere tutte le caratteristiche del dominio coloniale; oltre 1.000.000 di tibetani sono morti a causa dell’occupazione e 500.000 soldati della Repubblica Popolare stanziano in zona. Le libertà di culto e di espressione sono solo formalmente riconosciute ma di fatto l’espressione “genocidio culturale” - che in questi giorni il Dalai Lama ha utilizzato per designare la reale repressione della cultura tibetana – e il massiccio afflusso di immigrati cinesi, secondo un piano prestabilito dallo stato, ha ridotto la popolazione autoctona ad essere una minoranza all’interno del proprio paese: 6 milioni di tibetani contro  i 7 dei cinesi.
E sembra paradossale oggi constatare che già nel 1959, nel 1961 e nel 1965 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato tre risoluzioni a favore del Tibet  in cui venivano condannate le ripetute violazioni dei diritti umani da parte dei cinesi  e si invitava la Cina a rispettare e garantire i diritti umani e le libertà fondamentali del popolo tibetano, compreso il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Sono passati 40 anni ma cosa è cambiato? Nulla.

Adesso come allora i tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso, sono torturati, imprigionati e condannati senza processo, le donne sono costrette a subire involontariamente l’aborto e la sterilizzazione. Le parole e i medesimi inviti sono stati invocati in questi giorni dai rappresentanti dei governi di tutto il mondo ma non sono null’altro che una copia di quelli menzionati nelle risoluzioni sopra citate. Questo è chiaramente un segno inequivocabile di quanto questi inviti siano rimasti semplici parole. Quello che è paradossale però non è tanto l’appello al rispetto dei diritti umani rimasto inascoltato per 50 anni, quanto piuttosto il fatto che esso sia tuttora  accompagnato da un silenzio imbarazzante a proposito della pubblica violazione del diritto internazionale da parte della Cina.
Come scrive Mixin Pei in un articolo apparso sul “L’espresso” del 22 marzo tutti i governi occidentali riconoscono la sovranità di Pechino sul Tibet , anche se premono affinché la Cina tuteli il patrimonio culturale tibetano e avvii i negoziati con il Dalai Lama.  Dato il peso economico e geopolitico della Cina nessun paese occidentale, compresi gli Stati Uniti, rischierà di mettere a repentaglio i rapporti politico-economici con la Cina.
La prova di ciò è stato l’atteggiamento tenuto da Prodi e da diversi parlamentari nei confronti del Dalai Lama in visita in Italia nel dicembre scorso.
Ora resta il problema del che fare di fronte alla tragedia di un intero popolo che oggi sta sotto gli occhi di tutti. Il governo cinese sembra voler proseguire la politica di repressione da sempre condotta verso il Tibet nonostante questa crisi abbia infangato l’immagine della Cina e non è difficile prevedere che durante i giochi olimpici ci saranno episodi di protesta e immolazioni individuali o collettive davanti a telecamere di tutto il mondo.  Dal canto suo l’ Occidente sembra limitarsi a voler risolvere la questione lanciando vuoti appelli di solidarietà al popolo tibetano e osteggiare il boicottaggio delle Olimpiadi.
Devono essere necessari altri  morti e immolazioni che fanno scalpore per capire che questa situazione non deve più esser tollerata o sono forse necessarie altrettante immagini che documentino la protesta violenta del popolo tibetano per giustificare altri anni di occupazione illegale del Tibet?                              

                                                                                                                                          S.G.      

 
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