Libertà economica e sviluppo le uniche ricette per guarire il Mezzogiorno
lunedì 12 novembre 2007

img_1190Libertà economica o morte: se il Mezzogiorno d’Italia non intraprende un percorso serio di riforme basate su meno assistenzialismo statale, spesso dannoso ed inutile, più liberalizzazioni, investimento nel capitale umano, meno pressione fiscale, si rischia un futuro ancora più nero e privo di prospettive.
In Europa molti esempi di Sud sono stati capaci di rilanciarsi. Su questi si è posata la lente d’ingrandimento, con particolare attenzione alla realtà spagnola, irlandese e montenegrina, del convegno“Libertà economica e sviluppo del Mezzogiorno”, organizzato da Eurolab – Laboratorio d’Europa insieme all’Istituto Bruno Leoni di Torino e in collaborazione con la Provincia Regionale e l’Università di Messina, la Fondazione Bonino Pulejo e la Fondazione Rubbettino di Cosenza.

A coordinare il panel Andrea Bellantone, presidente di Eurolab e Alberto Mingardi, direttore generale del Bruno Leoni. A chiudere i lavori il direttore di “Libero Mercato” Oscar Giannino, in videoconferenza.

La prima parte incentrata sull’ “Esperienza internazionale” ha visto gli interventi di Maja Drakic dell’Università privata di Studi economici UDG di Podgorica, Montenegro, di Constantin Gurdigiev del Trinity College di Dublino e di Jaime Garcia Legaz della Fondazione Faes di Madrid. Maja Drakic ha evidenziato come già dal 1998 il giovane stato, nato un anno fa dal referedum popolare che ha portato all’indipendenza dalla Serbia, ha iniziato un concreto piano di riforme economiche a partire dall’indipendenza valutaria dalla Serbia stessa, attraverso il modello della “ dollarization” e come, in poco tempo – e questo evidenzia l’importanza dell’investimento nel capitale umano e nell’istruzione – sia già nata un’università privata”. Certo per il Montenegro rimane ancora aperta la questione Kosovo e gli imprevedibili scenari che si possono aprire, ma di certo, la neonata nazione ha tutta la voglia di giocare un ruolo importante in un contesto geografico in crescita.

Per Constatin Gurdgiev è necessario capire da dove l’Irlanda è partita e la sua crescita soprattutto in relazione al periodo cosiddetto della “Tigre Celtica”: “Nel 1989 – spiega – il livello di disoccupazione era al 17 per cento. Le tasse pesavano sull’impresa per il 50 per cento”.
“Dal 1994, prosegue Gurdgiev, e fino al 2001 grazie alla riduzione fiscale, al raggruppamento in una sola aliquota e all’aumento dei posti di lavoro (specie tra le donne) la situazione è notevolmente migliorata. Le donne sono tornate a lavorare, anche perché sul secondo reddito grava molto meno il peso fiscale. L’apertura alle privatizzazioni, inoltre, ha portato grandi investimenti sulla forza lavoro e sull’istruzione. In questo modo, se da una parte negli anni si è assistita ad una forte emigrazione, dall’altra il fenomeno è stato ripianato dal ritorno di tanti irlandesi e dall’immigrazione che ha investito quasi tutti i paesi europei”.

Impressionante la Spagna. Spiega Legaz: “Dieci anni fa su una popolazione di 39 milioni di abitanti a lavorare erano solo 12, il debito pubblico altissimo e i posti di lavoro non crescevano dal 1976. L’inversione economica del 1996, all’insegna della libertà, oggi consegna un paese dove la disoccupazione è scesa dal 23 all’8 per cento, le ipoteche al 3 e il debito pubblico ripianato al 4 per cento (dati 2004), creati 8 milioni di posti di lavoro in più e la disoccupazione giovanile è diminuita di ben 30 punti, dal 50 al 20 per cento. È stato riformato il sistema pensionistico e lanciate le grandi privatizzazioni. Oggi in Spagna tutte le linee aeree sono private, così la società telefonica, il servizio postale, le assicurazioni, le banche, persino quella pubblica.
I miglioramenti hanno riguardato anche la sicurezza finanziaria, giuridica, così è rinata la fiducia degli investitori stranieri”.

Di massiccio investimento sugli individui ha parlato Pietro Navarra, docente alla Facoltà di Economia dell’Università di Messina e research associate CPNSS London School of Economics: “Bisogna passare ad un sistema economico dove le individualità vanno valorizzate”.
Secondo Salvatore Rebecchini, presidente del Fondo per le Infrastrutture, sull’Italia pesa ancora l’eccessivo centralismo che condiziona anche la contrattazione sindacale: “Sarebbe più opportuno tornare a quella aziendale, questo renderebbe più competitive le imprese del Mezzogiorno e migliorerebbe i salari”.
Infine argomento infrastrutture, “il vero fattore di sviluppo passa attraverso la costruzione di infrastrutture nuove e nella qualità di gestione. È interessante valutarle in funzione dei servizi e in relazione al grado di qualità che possono raggiungere attraverso, dunque, l’affidamento gestionale ai privati. Purtroppo però permangono ancora troppe resistenze da parte delle cosiddette corporazioni locali, che impediscono un necessario ingresso ai nuovi fattori di liberalizzazione. In Italia le infrastrutture non si fanno per mancanza di soldi, ma perché spesso non si concepisce che devono essere affidate ai privati”. Non le manda a dire il deputato all’Assemblea Regionale Siciliana Maurizio Ballistreri: “Il tema del Mezzogiorno è purtroppo ignorato dall’agenda politica, lo sta facendo questo governo, l’ha fatto quello precedente. Il sistema va modernizzato in una logica globale, senza perdere di vista il tema della legalità. Solo creando eccellenza e qualità produttiva si può sperare in un futuro migliore”. Oscar Giannino a proposito di capitale umano, non ha risparmiato critiche alle università statali che, da noi, continuano ad essere poco competitive. Sul tema tasse ha coniato la definizione di integralismo fiscale.

 

L.M. 

 
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