Blair, Brown e Cameron. Prospettive per il Regno Unito e l’Unione europea, di Fred Dooley
mercoledì 16 maggio 2007
tony_blairL’annuncio di ieri del Primo ministro Tony Blair dell’intenzione di lasciare immediatamente la guida del Partito laburista e il 27 giugno rassegnare le proprie dimissioni alla regina avviene senza sorprese dato che la decisione era già stata presa nel settembre 2006.
In effetti il passaggio di consegne sembra essere il frutto di un accordo, il cui esatto contenuto non è mai stato rivelato, avvenuto prima delle elezioni del maggio 1997 che portarono i laburisti al potere dopo quasi vent’anni. Si presume che il contenuto dell’accordo fra Blair e Brown consistesse nel limitare a due i mandati il sicuramente più popolare Blair per poi lasciare campo libero a Brown. Il terzo mandato ottenuto nel 2005 e il fatto che Blair sembrava non volere lasciare lo scettro ha incrinato il rapporto tra i due e reso incontrollabile per Blair il gruppo parlamentare laburista. Era tempo di andare e la concomitanza dell’annuncio delle dismissioni con i risultati delle elezioni locali di una settimana fa non è stato certo un fatto casuale.

Mentre Lady Thatcher ha riformato il sistema economico del Regno Unito con ricadute sociali “dolorose” facendo perno su di un sistema politico e istituzionale già intrinsecamente forte e tendenzialmente conservatore, Tony Blair ha governato e tratto i benefici degli sforzi di chi lo ha preceduto con un programma politico, sintetizzabile nella formula “valori tradizionali in un contesto moderno” volto a modernizzare le istituzioni politiche spiazzando i suoi oppositori Conservatori che infatti hanno perso tre elezioni generali consecutive per la loro incapacità di “digerire la medicina” preparata dal Primo ministro.
La questione allora è di capire come cambierà internamente lo scenario politico del Regno Unito una volta che, a fine giugno, Blair non ci sarà più e se ci saranno delle conseguenze per l’Europa. Gordon Brown ha avuto negli ultimi anni, come Cancelliere dello Scacchiere, un’ autorevolezza ampliamente riconosciuta e fondata sugli eccellenti numeri espressi dall’economia britannica. La sua iniziativa di stabilire l’indipendenza della Banca d’Inghilterra e di porre in modo trasparente gli obiettivi di tenere sotto controllo l’inflazione e diminuire la disoccupazione sono opera sua, come sua l’idea di tenere fuori il Regno Unito dall’euro. E’ risaputo che Blair si sia sempre occupato poco di economia e abbia lasciato fare al suo Cancelliere.
Quello di cui Brown non si è occupato è soprattutto la politica estera. All’indomani dell’annuncio delle dimissioni del Primo ministro che ha anche proclamato la sua buona fede e di ritenere giusta la sua decisione di intervenire in Irak, Brown ha già dichiarato che quella decisione è stato uno sbaglio, facendo riflettere sul futuro della “special relationship” con Washington.
Il Royal Institute of International Affairs, in un suo recente paper sulla politica estera del governo laburista e sui possibili scenari futuri, ha concluso che “un singolo paese europeo difficilmente può trarre un significativo beneficio individuale dai propri rapporti transatlantici perché i benefici inevitabilmente ricadranno sull’intera Unione Europea, salvo specifici accordi di scambio di tecnologia militare e soprattutto con un Congresso americano con marcate inclinazioni protezioniste che tratteranno il Regno Unito come qualsiasi altro paese”.
Un atlantista convinto, Gordon Brown dovrà fare i conti con una fase in cui le tradizionali sfere d’interesse del Regni Unito a partire del dopo-guerra, Stati Uniti, Europa e Commonwealth dovranno andare incontro ad un riaggiustamento, condizionate da fattori interni quali le dinamiche ancora imprevedibili all’interno del partito laburista e dell’opinione pubblica britannica ed esterne quali l’attesa per l’elezione del nuovo presidente americano e il rilancio del progetto europeo con l’elezione di Sarkozy in Francia.
Inoltre, è assai improbabile che Brown riveda la decisone presa da Blair di sostituire il sistema missilistico nucleare Trident con dei nuovi vettori, che conferma lo status del Regno Unito entro il club dei paesi che dispongono della “bomba”.
Per quanto riguarda il capo del partito Conservatore, David Cameron, i passi in avanti mostrati nelle ultime elezioni locali sono un buon segno per lui ma non ancora sufficienti a garantirgli una maggioranza parlamentare dato anche il sistema elettorale uninominale maggioritario e la difficoltà nel conquistare voti e seggi nel Nord del paese, per non parlare poi della Scozia.
La sua posizione ancora non chiara verso gli Stati Uniti dipendono soprattutto dallo stretto rapporto di George W. Bush con Blair e dalla impopolarità della guerra in Iraq. Se vuole diventare Primo ministro Cameron, dovrà cercare di costruire un forte rapporto con il nuovo presidente americano oppure modificare la propria posizione euro-scettica, cosa possibile visto lo spostamento a destra di Francia e Germania, dato che è impensabile oggi per la Gran Bretagna distanziarsi nello stesso momento da Europa e Stati Uniti.
Ma che fine farà Tony Blair? Il Financial Times ha pubblicato alcuni articoli in cui si ipotizza un ruolo “esecutivo” di primo piano per il prossimo ex-Primo ministro. A giugno Blair parteciperà ad un incontro del Consiglio Europeo, il suo ultimo impegno internazionale, che convocherà una Conferenza inter-governativa chiamata a scrivere un nuovo trattato, che faccia risorgere alcuni aspetti del defunto trattato costituzionale. Tra le novità ci sarebbe anche l’istituzione di una presidenza fissa del Consiglio in sostituzione della presidenza a rotazione. Secondo voci di corridoio raccolte dal giornale londinese nella Germania di Angela Merkel e la Francia di Nicolas Sarkozy, si vedrebbe bene un Tony Blair come primo presidente del Consiglio dell’Unione Europea.
Sarebbe davvero ironico se un ex primo ministro britannico, laburista che molti europeisti vedono come fumo negli occhi (negli anni’80 proponeva di far uscire il Regno Unito dall’UE) diventasse il primo presidente del Consiglio europeo con il favore dei conservatori. Ma forse sarebbe davvero troppo ridurre Tony Blair ad essere un laburista.

 

Fred Dooley 

 
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